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Sport e covid: una diversa prospettiva


di @arrighikatia


Mi è stato chiesto di intervenire in un incontro pubblico per parlare di Covid e Sport, o Sport e Covid, perché la nostra lingua, cosi perfetta in molti suoi aspetti, può spesso dare adito a differenti interpretazioni e persino la scelta di un titolo può portare il relatore a porre l'accento su un aspetto piuttosto che un altro.


Se il titolo fosse Covid e Sport avrei la sensazione che l'anfitrione mi chieda di porre l'accento sul covid19 e marginalmente sullo sport. Avrei la sensazione che mi si chiedesse di parlare di come il covid19 abbia toccato lo sport. Ma se il titolo fosse Sport e Covid? Nella mia percezione la richiesta farebbe una capovolta in termini di importanza: parlerei dello sport e di come il covid19 l'abbia toccato.


Il covid non è un argomento che mi piace e credo che a nessuno piaccia parlare di covid, a parte virologi e personaggi televisivi che per mesi ci hanno massacrato con notizie dell'ultimo secondo, taluni dei quali ancor ora, pare, si divertano a seminare una manciata di grani di terrore ogni tanto.


Poi, come per tutte le cose che accadono, ho scoperto che questa richiesta mi ha permesso di leggere, approfondire l'argomento, discutere con me stessa e scoprire i pensieri filosofici e di famosi pensatori che hanno dato il loro contributo sull'argomento.


Il covid ha generato incertezza e paura, soprattutto nelle categorie più vulnerabili, e la percezione del problema è stata artefice di modi di reazione differenti: chi sopraffatto dalla paura, chi meno spaventato, chi irrazionale in molte scelte, chi più ponderato, chi attento a cercare di non offendere nessuno, chi pronto alla rissa e all'insulto. E' sufficiente fare un giro sui social per vedere tutto questo e riflettere su come il covid abbia fatto uscire da molti noi una rabbia e una voglia di litigiosità latente.


Il covid ha rilevato aspetti nascosti e si è presentato quasi come un silenzioso rivelatore di molte realtà, superando frontiere e denunciando politiche xenofobe, nazionaliste e razziste, i cui discorsi ha reso inconsistenti.


Ha rivelato al mondo che le nostre granitiche certezze si basavano su pilastri fragili e insicuri: nella mia Lombardia, terra da decenni decantata come terra di eccellenza medica, ciò che è poi successo e ciò che ha rivelato è a conoscenza a tutti.


E’ solo un esempio, fra i tanti possibili, l'aver mostrato al mondo che la sua trasmissione mondiale si è accelerata grazie a chi si poteva permettere di viaggiare o, peggio, a chi è non poteva far altro che abbandonare la propria terra, così agevolando di fatto la pandemia. Il covid, anche in questo, ha ricordato al mondo intero l'esistenza delle diseguaglianze, anche se per farlo ha mietuto vittime innocenti.


Ho letto scritti interessanti che mi hanno fatta riflettere su come noi, tutti noi, analizziamo sempre il presente sull'onda emotiva di ciò che proviamo: io, ad esempio, con il covid “sono arrabbiata”, o meglio lo sono con la gestione che noi umani abbiamo avuto del problema causato da esso, per cui la mia analisi è, e sarà, sempre falsata dalle emozioni. In filosofia esistono due concetti semplici che mi permettono di capire quanto io stia sbagliando a credere a qualsiasi cosa oggi: l'effettiva realtà di oggi la comprenderemo solo in futuro, perché se proviamo oggi a comprendere il presente riduciamo l'alterietà a ipseità.

Concetto che mi ha colpito molto non mio, ovviamente, perché non sarei stata in grado di formularlo, ma di Emmanuel Levinas.


Il covid ci ha fatto notare come noi abbiamo paura dell'altro a livello atavico: un tempo in Europa si combattevano nemici, eretici, avversari, oggi si combatte chi si ha di fronte in una accezione di negatività dell'altro fra le più elevate che la storia dell'uomo abbia mai conosciuto: la paura dell'asintomatico.


Da sempre il mondo è stato invaso da guerre, pestilenze, malattie e da sempre il genere umano ha avuto paura degli untori. Ci sono storie sulla peste nera del medioevo che ha flagellato l'Europa che lo dimostrano, ma da sempre i virus non hanno mai guardato in faccia alle nostre paure e hanno sempre fatto il loro corso, mietitori di vittime in ogni classe sociale.


L'effetto del covid rende solo il lavoro fatto dai virus più planetario, più veloce, più moderno, ma i virus fanno questo da sempre.


Io amo la storia della Francia: due intere generazioni di reali francesi furono spazzate via in pochissimo tempo dal vaiolo, è cosi da sempre.


Ho letto pensieri profondi al riguardo, nel tentativo umano di dare un senso a tutto, come avviene da sempre, e illustri filosofi ne hanno dato menzione in loro scritti.

Ho trovato l'articolo "I filosofi del contagio, come gli intellettuali hanno capito il Covid-19" a firma di Cristian Peralta molto interessante e ne consiglio la lettura per cui volesse comprendere come il pensiero umano possa elevarsi al ragionamento e non fermarsi alla grettezza del desiderio di rissa che alberga in molti di noi.

Nell'inciso riguardante lo sport, invece, è innegabile: il covid ha prodotto danni talmente profondi e talmente radicati che ci vorranno anni per comprendere esattamente a quanto ammontano in termini non solo economici ma psicologici.



Abbandono, mancanza di voglia di tornare a fare sport, paura a tornare a fare sport soprattutto da parte dei genitori di figli fragili, aumento delle utenze, aumento dei costi.



Colpisce un aspetto, fra tanti: il rischio è che lo sport "organizzato" venga praticato soprattutto dalle persone più abbienti, a discapito delle fasce più deboli ed è un aspetto su cui si deve necessariamente porre attenzione.



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