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Il gesto e l'algoritmo: se lo sport cerca il "like"e nel mentre perde la sua bellezza.

  • 15 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

A cura di Lucrezia Sala

Consulente dello sport e membro Consiglio Nazionale dei Giovani


Una immagine ricorre di frequente sugli schermi e sui social:  un atleta raggiunge il successo in una gara e ,prima ancora di assaporare appieno il momento che sta vivendo,  si gira istintivamente verso la telecamera per donare al mondo il suo risultato in cerca di like, in un gesto che non è più un gesto casuale ma è ormai un riflesso incondizionato. Non cerca più il pubblico, o i compagni, ma una telecamera pronta a trasmettere ovunque ciò che ha appena fatto .

Si gira, cerca la telecamera, torce il collo in un movimento che racconta una trasformazione profonda nello sport contemporaneo non si tratta di una semplice questione di vanità individuale, ma di un’abitudine strutturale che il sistema ha instillato in chi pratica disciplina agonistica, a ogni livello: dai professionisti ai ragazzi che giocano nei campetti di periferia.

Questo è il nuovo mondo dove regna l’algoritmo che premia ciò che cattura l’attenzione nei primi due- tre secondi perché il  gesto deve essere leggibile, spettacolare, condivisibile. 

All’algoritmo non interessa il contesto , non si cura del tempo e la profondità gli è ignota: lui vuole il gesto iconico, veloce, fulmineo, immortale.

Ogni  passaggio apparentemente ordinario, una  marcatura costante e intelligente che non appare nei reel ma tiene in piedi la squadra per novanta minuti, la resistenza silenziosa sotto la pioggia, quando le gambe pesano come piombo e la fatica si accumula senza testimoni; tutto ciò non interessa l’imminenza della telecamera.

E qui sta il nodo delicato. Perché, lentamente ma inesorabilmente, ciò che non viene valorizzato dall’algoritmo rischia di perdere valore anche sul terreno di gioco. Non sparisce del tutto, certo, ma perde progressivamente appeal agli occhi di chi deve scegliere come investire le proprie energie. I club producono contenuti con la stessa intensità con cui preparano le partite. Le federazioni ragionano in termini di metriche di engagement. Gli sponsor cercano visibilità misurabile. I giovani osservano, apprendono e si adeguano, come hanno sempre fatto le generazioni precedenti. Solo che questa volta non si stanno adattando allo sport nella sua essenza, ma alla sua rappresentazione ottimizzata per lo schermo.

Riflettiamo insieme lentamente su queste poche parole: rappresentazione ottimizzata per lo schermo .

Non accadeva fino a pochi anni fa , è innegabile e la riflessione che può essere fatta riguarda questa nuova prospettiva e la  natura fragile e profonda dello sport.

Lo sport nasce dall’incontro tra il corpo, il limite e il momento irripetibile. Vive in una dimensione intima prima ancora che pubblica: nella consapevolezza della fatica sostenuta, nella precisione di un gesto calibrato dopo migliaia di ripetizioni, nella resistenza mentale che non ha bisogno di applausi per esistere. È esattamente l’opposto di ciò che un algoritmo è progettato per riconoscere e amplificare.

Forse il vero interrogativo non è tanto come “salvare” lo sport dai social media, quanto piuttosto come preservare la memoria di ciò che lo rendeva significativo prima che esistesse un tasto per misurarne il valore.

Lo sport, nella sua forma più autentica, rimane uno degli ultimi luoghi in cui l’essere umano può confrontarsi direttamente con se stesso. Sarebbe un peccato ridurlo a una sequenza infinita di momenti perfetti per l’algoritmo.

Non si può impedire che questo possa accadere; si può però riflettere sul perché accada.

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