Zone sicure” e “zone grigie”: mappa dei rischi nelle società sportive del 2026
- 23 dic 2025
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A cura di Francesco Stasio
Nel 2026 le associazioni e società sportive dilettantistiche si troveranno al centro di una trasformazione ormai irreversibile: da strutture prevalentemente fondate sul volontariato e su una gestione informale, esse si sono evolute in organizzazioni complesse, chiamate a rispettare obblighi normativi sempre più analoghi a quelli delle imprese e degli enti del terzo settore. La Riforma dello Sport ha accelerato radicalmente questo processo, aprendo nuove “zone sicure”, ma al contempo lasciando emergere numerose “zone grigie” nelle quali il rischio giuridico, organizzativo e reputazionale è divenuto molto elevato.
Per “zone sicure” intendo riferirmi a quegli ambiti gestionali e operativi nei quali la normativa è ormai quasi definita, le procedure sono in via di consolidamento e le conseguenze degli inadempimenti sono abbastanza individuabili. Rientrano in questa categoria, innanzitutto, la tracciabilità dei rapporti di lavoro sportivo, la progressiva standardizzazione dei contratti, l’obbligo di iscrizione al Registro delle attività sportive dilettantistiche (RASD) e la trasparenza nei flussi economici. In tali settori, sebbene permangano oneri significativi per i sodalizi, il quadro regolatorio appare in via di stabilizzazione: chi si adegua alle regole, si avvale solitamente di consulenti competenti e in alcuni casi si organizza per adottare strumenti minimi di controllo interno, riuscendo a controllare e governare il rischio in modo efficace.
Una funzione determinante nella costruzione delle “zone sicure” è svolta dall’introduzione di una nuova cultura della responsabilità. Le società sportive non possono più essere considerate realtà marginali rispetto all’ordinamento giuridico, ma enti dotati di una precisa responsabilità sociale, patrimoniale e organizzativa. La gestione delle risorse umane, il trattamento dei dati personali, la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, la tutela dei minori e la prevenzione delle molestie non dovrebbero piu’ rappresentare adempimenti eventuali, bensì veri e propri presìdi di legalità.
Tuttavia, accanto a queste aree di progressiva stabilizzazione, permangono estese “zone grigie”. Si tratta di settori in cui la legge appare incompleta, contraddittoria o di difficile applicazione, generando incertezza operativa e comportamenti difformi tra i diversi sodalizi. Una prima area critica, delle ancora tante incertezze, è rappresentata dalla qualificazione giuridica dei rapporti di lavoro: la distinzione tra lavoro sportivo subordinato, parasubordinato e volontariato continua a essere una “zona grigia” e di potenziale contenzioso, in particolare nei casi in cui l’impegno orario e la continuità della prestazione si avvicinano più a un rapporto di lavoro ordinario che a una collaborazione sportiva.
Un’altra “zona grigia” riguarda il sistema dei rimborsi ai volontari. Nonostante l’introduzione di limiti economicamente determinati e di registrazioni obbligatorie, il confine tra rimborso spese genuino e compenso mascherato rimane sottile. In molte società sportive, la difficoltà di sostenere i costi per i tanti adempimenti nonché quelli derivanti dal lavoro sportivo induce pratiche alle volte elusive o interpretazioni estensive delle norme, esponendo, tra l’altro, i dirigenti a rischi fiscali, contributivi e altro di rilevante natura.
Particolarmente delicata è anche l’area del safeguarding. L’obbligo di adottare modelli organizzativi a tutela dei minori e per la prevenzione di abusi rappresenta indubbiamente una conquista civile e giuridica, ma la rapida introduzione degli adempimenti, in assenza di un solido impianto di formazione e supporto operativo, rischia di trasformare una norma di protezione in un mero adempimento burocratico. In questo ambito, il rischio maggiore non è tanto la violazione formale delle regole, quanto l’adozione di modelli “di facciata”, inefficaci dal punto di vista concreto. E poi non va dimenticato che dovrà essere ancora emanato il DM che dovrebbe riguardare le modalità di nomina del responsabile tutela minori che potrebbe anche sovvertire quanto già emanato dal CONI e, a cascata, dalle Federazioni Sportive e dagli Enti di Promozione Sportiva, sempreche’ non intervenga anche sui MOCAS.
Non meno complesso è il rapporto con gli organi sportivi di vertice, in particolare con Federazioni ed Enti di Promozione Sportiva, che producono molti regolamenti e circolari interpretative talvolta divergenti tra loro. Questo fenomeno genera un diritto sportivo direi “originale” , in cui le stesse norme vengono applicate in modo differente a seconda dell’ente di affiliazione, con conseguenti problemi di certezza dei regolamenti interni, del diritto e parità di trattamento.
Nel 2026 il vero discrimine tra le società destinate a crescere e quelle destinate a soccombere non sarà solo la dimensione economica, ma anche la capacità di sviluppare una governance consapevole. Investire in competenze, adottare procedure interne, documentare i processi decisionali e diffondere una cultura della legalità interna non rappresentano costi improduttivi, ma elementi strategici di continuità, solidità e reputazione dei sodalizi sportivi.
Le società sportive, infatti, non dovrebbero essere solo più solo luoghi di pratica agonistica e sportiva, ma veri e propri presìdi educativi e attori sociali territoriali, in coerenza con quanto sancito recentemente al comma 7 dell’articolo 33 della ns Costituzione. . Per questa ragione, il legislatore richiederebbe organizzazioni più strutturate e solide, mentre la società civile domanda maggiore trasparenza e affidabilità. Le “zone grigie” non devono essere assolutamente ignorate, ma mappate e affrontate con strumenti efficaci e concreti: formazione continua, consulenza qualificata, audit interni e condivisione delle buone pratiche.
In definitiva, la sfida del 2026 non è solo quella di sopravvivere alla complessità normativa, ma di trasformarla in opportunità di crescita. Le “zone sicure” rappresentano le fondamenta di un nuovo modello di sport dilettantistico, più responsabile e più credibile; le “zone grigie” costituiscono invece il banco di prova della maturità del sistema. Solo attraverso una gestione consapevole del rischio e un approccio professionale, direi concretamente manageriale, alla governance, lo sport potrà continuare a svolgere la sua funzione sociale, educativa ed economica in modo sostenibile nel tempo. E su questo ultimo tema inviterei tutte le società sportive a iniziare a redigere il loro bilancio sociale che non deve essere vissuto solo come adempimento ma occasione per rappresentare, anche in termini commerciali, il lavoro svolto con passione, professionalità e trasparenza.




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