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IPC e Giochi Paralimpici alla sfida dei bombardamenti in Iran

  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 4 giorni fa


A cura dell'Avv. Giorgio Sandulli

I Grandi Eventi sportivi sono sempre più destinati a offrire un palcoscenico a istanze sociali e politiche e nel contempo le Istituzioni sportive devono fronteggiare un mondo che presenta la "terza guerra mondiale a pezzi".


Prima di attenderci risposte salvifiche da Istituzioni che hanno mezzi e competenze limitate, occorre domandarci quale ruolo ci aspettiamo che queste possano realmente svolgere e con quale efficacia o se invece non stiamo riversando aspettative eccessive sullo sport, aspettative magari promosse dalle stesse Istituzioni o da Dirigenti che vogliono un posto sulla ribalta internazionale.


Di seguito considerazioni e riflessioni personali che intendono solo contribuire al dibattito.


IL COMUNICATO UFFICIALE DELL’IPC DEL 2 MARZO

Lo scorso 2 marzo, il Comitato Internazionale Paralimpico – IPC ha diffuso un comunicato relativo all’“Impatto del conflitto medio-orientale su Milano Cortina 2026”.

Leggendo il testo, la prima impressione è quella di un’attesa rispetto agli sviluppi e nel contempo un impegno a favorire la soluzione di possibili problemi logistici.

Da un punto di vista letterale, il comunicato appare ancora molto cauto: solo nel titolo si richiama genericamente un “conflitto” mentre il testo si riferisce ad “attacchi missilistici”; non vi è alcuna espressa indicazione dei singoli Paesi coinvolti, per i quali si rinvia genericamente a un’ampia area geografica (il medio-oriente); le parole guerra o pace o vittime non sono usate; ma soprattutto IPC non fa riferimento alla Tregua Olimpica.

Le informazioni disponibili, di cui il comunicato segnala essere in atto una maggiore ricerca, sono quelle che impattano operativamente sugli ormai imminenti Giochi Paralimpici; con specifico riferimento alle difficoltà logistiche o di spostamento degli atleti e delle delegazioni nazionali attesa ai Giochi. Nel contempo si richiama un generico coinvolgimento della più ampia comunità paralimpica.

Anche se IPC esprime rapidamente preoccupazione per le persone colpite, il baricentro della comunicazione dell’IPC resta la stretta comunità dei tesserati e la regolarità della manifestazione olimpica.

IPC sottolinea quindi il proprio ruolo e i valori sottostanti, puntualizzando che la realizzazione dei Giochi Paralimpici è strumento funzionale all’inclusione sociale delle persone con disabilità.

Il comunicato si chiude con parole apparentemente rassicuranti, in quanto IPC garantisce il proprio impegno rispetto ai blocchi aerei in essere. 


UN PRIMO RISCONTRO SOGGETTIVO E A CALDO

Per quanto sia comprensibile in questa prima fase un atteggiamento cauto e di attesa, non si può nascondere che la lettura di questo comunicato sollevi qualche perplessità.

Pur essendo condivisibile una qualche cautela istituzionale e la necessità di attendere almeno i primi sviluppi (bellici e/o diplomatici), mi sento personalmente di dire che questo comunicato si segnala più per le cose che non dice che per quelle che dice; come se oggi IPC si trovasse davanti a una qualche difficoltà operativa, magari occasionata da una calamità naturale. Né credo si possa dire che uno scenario di tale natura fosse del tutto inimmaginabile, per cui credo che una qualche preparazione anticipata fosse dovuta (anche se mi sembra che la “comunicazione di crisi” sia ormai una competenza molto meno considerata  rispetto a qualche anno fa, quando appariva tanto in voga).

A mio modesto parere, una certa timidezza potrebbe essere conseguente alle polemiche relative alla decisione di IPC di riaccogliere nei Giochi Paralimpici di Milano Cortina bandiera e inno di Russia e Bielorussia; nonostante la guerra in Ucraina perduri tuttora in certi momenti anche più cruenta che mai.

La decisione di riaccogliere a pieno titolo queste due delegazioni, assunta lo scorso settembre dalla maggioranza dell’Assemblea IPC e confermata di recente con l’invito a una decina di loro atleti, ha sollevato diverse polemiche in realtà portate avanti da alcuni Paesi del Nord Europa e in particolare dall’Italia Paese ospitante.

Aver riaccolto i Russi tuttora in guerra rende a mio avviso più difficile mettere ora sotto esame altri Paesi, a maggior ragione se si tratta degli USA, tra due anni Paese ospitante dei prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici.

Rilevo inoltre che il comunicato IPC sembra andare in scia agli orientamenti del CIO e in particolare alle dichiarazioni della Presidente Coventry la quale più volte ha espressamente dichiarato di voler rimettere al centro soprattutto gli atleti e la loro prestazione sportiva.


QUALCHE CONSIDERAZIONE ULTERIORE DI ORDINE GENERALE: LE ISTITUZIONI SPORTIVE SONO DAVVERO IN GRADO DI GESTIRE IL FARDELLO DELLA PACE E DEL RISPETTO DEI DIRITTI UMANI?

Volendo prendere questa occasione per formulare qualche prima considerazione anche a prescindere dalla specifica vicenda in esame, credo che occorra valutare con attenzione se le dinamiche inerenti le guerre e la violazione dei diritti umani nel mondo vadano oltre il ruolo delle Istituzioni sportive e oltre la loro capacità di intervento oppure se sia corretto imputare alle Istituzioni sportive una qualche responsabilità in tal senso.

Personalmente credo che andrebbero almeno ridiscussi i confini di questo “competenza”. Questo compito sembra essere stato recentemente assegnato al movimento olimpico dall’opinione pubblica ma con il consapevole e formale consenso delle stesse Istituzioni  (che se ne sono fatte spesso un gran vanto).

Forse, invece, si potrebbe prendere atto che CIO, ICP, FIFA e altre grandi Istituzioni sportive non possono essere "artefici della pace"!

Certo, magari qualche Presidente che ne prendesse atto sarebbe poi chiamato a fare un passo indietro rispetto ad alcune ribalte internazionali extra-sportive.

Il Movimento Olimpico e lo sport è senz’altro in grado di contribuire al dialogo tra i Popoli; ma poco o nulla può rispetto alle decisioni politiche degli Stati, se non quando questi avrebbero comunque agito in tal senso, a prescindere dagli stimoli sportivi.

A volte, invece, sembra quasi che nell’opinione pubblica e nei media sia diffusa un'attesa salvifica, quasi messianica; forse neanche al Papa si chiede di essere altrettanto efficace e incisivo contro le guerre!

In fondo anche laddove i conflitti venivano combattuti “vicino a noi” ed erano attraversati da tensioni religiose, la Chiesa non riuscì a porre fine agli eccidi; ad esempio si guardi alle lunghe e sanguionose guerre combattute con bandiere religiose come il conflitto tra protestanti e cattolici in Irlanda del Nord o i massacri dei cattolici / croati contro i musulmani / bosniaci nella Ex Jugoslavia. E nonostante tutto non mi sembra si faccia una colpa ai Papi (che pure sono dei monarchi assoluti capaci di decidere in autonomia) per non aver espulso (scomunicato) i cattolici colpevoli di tali efferatezze.

Invece sembra quasi che la/il Presidente del CIO/IPC debbano scegliere rapidamente in tal senso espellendo ora l’uno ora l’altro, pur presiedendo essi organizzazioni articolate e complesse nonché soggette al voto.

Si potrebbe quindi aprire un confronto e ridiscutere i confini entro i quali si possono effettivamente muovere le Istituzioni sportive e oltre i quali non si può pretendere nulla, pretendendo a quel punto azioni effettive e coerenti negli ambiti di propria competenza.


CONCLUSIONI CIRCA L’AUTONOMIA DELLO SPORT DALLA POLITICA 

Certo, così facendo verrebbe meno uno strumento diplomatico.

Sempre a titolo personale , io sono favorevole alle sanzioni economiche e sociali in quanto sono uno strumento diplomatico e alternativo alle ingerenze militari.

Ma gli Stati assumono queste decisioni sulla base di un mandato politico; i Governi e i Parlamenti possono esercitare queste scelte con maggiore consapevolezza e per di più con tempi di riflessione più ampi

Le Istituzioni sportive non hanno queste competenze e quindi forse gli si addossa (o si assumono) una responsabilità eccessiva. Sono in grado di distinguere tra le guerre? Sanno attribuire la colpa a una parte in conflitto? Possono decidere se e quando terminare le “sanzioni” in ragione del mutare degli eventi, a fronte di guerre che sembrano essere infinite?

In fondo la stessa delibera ONU sulla Tregua che si ripete (a volte un po’ stancamente) mi sembra che parli di promuovere, rafforzare, contribuire … ai diritti umani e alla pace attraverso lo sport e non di responsabilità dirette.

Ciò detto, credo sia fisiologico avere dubbi davanti a drammi così enormi e queste sono mere considerazioni in ordine sparso condivise con l’auspicio di contribuire al dibattito e ad altre riflessioni, convito però che da ciascuna istituzione, politica o sportiva, ci si possa aspettare quel che è di sua stretta pertinenza evitando confusioni di ruolo che non contribuiscono alla pace ma magari solo alla carriera di qualche alto dirigente

 
 
 

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