L’arbitro algoritmico: precisione, legittimità e responsabilità nello sport della decisione automatizzata
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Avv. Emanuela De Leo - Segretario generale Oinp
L’epilogo della sfida tra Iran ed Egitto dello scorso giugno ha offerto una sineddoche perfetta della contemporaneità sportiva. Al novantatreesimo minuto, la rete di Shoja Khalilzadeh sembrava aver siglato una storica qualificazione persiana agli ottavi di finale; la successiva revoca della marcatura, determinata dal fuorigioco semi-automatico, ha mostrato con rara evidenza che la precisione tecnologica non coincide automaticamente con la stabilità della legittimazione sportiva.
Lo spettatore si trova così dinanzi a un paradosso evolutivo: nel momento in cui la tecnologia raggiunge la massima granularità geometrica, l’evento sportivo sperimenta una crescente crisi di accettazione percepita. La transizione dai sistemi di supporto decisionale a strutture di arbitraggio quasi automatizzate sta rimodellando i codici delle principali discipline globali, lungo una faglia che separa la precisione formale dalla trasparenza istituzionale.
Il calcio e la selettività del VAR
Nel calcio, questa metamorfosi ha generato una stratificazione normativa complessa. L’IFAB ha ampliato l’ambito del VAR per alcune fattispecie specifiche, tra cui il cartellino rosso erroneo derivante da un secondo giallo chiaramente sbagliato e i casi di mistaken identity, cioè l’ipotesi in cui l’arbitro sanzioni il giocatore sbagliato per la medesima infrazione. Proprio qui si colloca la prima correzione concettuale: la simulazione non coincide, in senso tecnico, con la mistaken identity, e UEFA ha chiarito che il VAR non deve trattarla come tale.
Ne deriva un ordinamento a due velocità, in cui la revisione tecnologica opera solo quando la sanzione raggiunge una soglia disciplinare qualificata, come l’espulsione o il secondo cartellino giallo. La medesima condotta, se produce un calcio di punizione decisivo ma non un provvedimento espulsivo, resta in larga misura sottratta alla correzione tecnologica. L’accuratezza non è dunque una costante universale della regola, ma una funzione della gravità edittale della sanzione.
Tennis: la fine del giudice di linea
Wimbledon ha adottato dal 2025 il live electronic line calling per tutti i match, eliminando i giudici di linea e sostituendo il presidio umano con un sistema elettronico integrato. La scelta è stata presentata come un passo verso la massima accuratezza, ma ha anche prodotto un mutamento simbolico: la decisione di campo non è più pronunciata da un corpo umano visibile, bensì da una catena tecnica opaca nella sua struttura e impersonale nella sua enunciazione.
Roland Garros, al contrario, ha mantenuto i giudici di linea nell’edizione 2025, confermando che la traccia fisica e la percezione umana conservano, almeno in alcuni contesti, una forza di legittimazione ancora competitiva rispetto alla ricostruzione automatizzata. La differenza tra i due tornei non riguarda soltanto la tecnologia adottata, ma il modello di fiducia che ciascuno decide di presidiare.
Baseball: la precisione che cambia il gioco
Parallelamente, nella Major League Baseball, l’ABS Challenge System entrerà in vigore nella stagione 2026, con regole definite su chi può contestare la chiamata, su quanti challenge siano disponibili e su come le revisioni siano visualizzate al pubblico. Il sistema non sostituisce integralmente l’arbitro, ma trasforma la geometria della strike zone in un oggetto di controllo tecnologico, riducendo lo spazio dell’errore umano e, al tempo stesso, alterando il comportamento degli ufficiali di gara.
L’elemento davvero interessante non è solo la maggiore accuratezza, ma il suo effetto indiretto sul gioco: quando la revisione automatica è sempre possibile, il direttore di gara tende a correggersi preventivamente, modificando la propria soglia decisionale. In altre parole, la tecnologia non si limita a verificare il giudizio: ne riscrive la fisiologia.
NBA e confine geometrico
Anche la NBA sembra orientarsi verso una traiettoria analoga, almeno per le decisioni puramente geometriche, come le linee di fondo o le chiamate binarie di campo. Adam Silver ha parlato di una progressiva automazione delle decisioni oggettive, lasciando all’arbitro la valutazione del contatto fisico e dell’intenzionalità. La distinzione è plausibile in teoria, ma nella pratica resta porosa: il basket è una disciplina in cui spazio, contatto e ritmo si contaminano continuamente, e la separazione tra dato misurabile e valutazione interpretativa non è mai assoluta.
Per questo motivo, la delega alla macchina del solo segmento geometrico non elimina il problema centrale: chi decide resta comunque chiamato a ricostruire il contesto che ha prodotto quell’uscita o quel contatto. La tecnologia può misurare una linea, ma non sempre può spiegare il movimento che l’ha oltrepassata.
Integrità e trasparenza
Il nodo centrale della questione si sposta così dal piano dell’efficienza tecnica a quello della filosofia del diritto sportivo. L’assunto secondo cui l’integrità coincida automaticamente con l’accuratezza statistica della decisione appare insufficiente. L’integrità, infatti, non risiede soltanto nell’esito corretto, ma nella comprensibilità del processo che conduce a quell’esito.
È qui che la tradizionale field-of-play doctrine conserva ancora una funzione essenziale: la stabilità dell’ordinamento sportivo si è retta storicamente sull’insindacabilità delle decisioni di campo, salvo i casi di dolo o arbitrarietà radicale. Questa architettura presupponeva un soggetto percipiente umano, fallibile ma identificabile, dunque almeno in linea di principio responsabilizzabile.
Il vuoto di responsabilità
L’introduzione dell’arbitraggio algoritmico crea invece un problema più profondo: il vuoto di responsabilità. Il software opera spesso attraverso modelli complessi, opachi e proprietari, che possono essere corretti sul piano tecnico ma non sempre spiegabili sul piano istituzionale.
L’arbitro umano rischia così di ridursi a un terminale esecutivo, incapace di discostarsi dall’evidenza prodotta dal sistema e, al tempo stesso, non davvero autore della decisione finale.
Se emerge un errore sistemico, attribuire la responsabilità diventa difficile: non si può imputare malafede alla macchina, ma neppure pretendere che il decisore umano risponda di un processo che non controlla integralmente. Il risultato è paradossale: più la decisione diventa precisa, meno è chiaro chi la possieda davvero.
Qualche riflessione finale
La vera alternativa non è tra arbitro umano e arbitro algoritmico, ma tra due forme diverse di legittimazione sportiva. La prima si fonda sul giudizio situato, fallibile ma intelligibile; la seconda sulla certificazione tecnica, più accurata ma spesso meno interrogabile. Lo sport contemporaneo non sta soltanto automatizzando le decisioni: sta ridefinendo la grammatica della fiducia pubblica, cioè il modo in cui una comunità accetta che un verdetto sia giusto, anche quando è contestato.Da questo punto di vista, la questione decisiva non è soltanto chi sbaglia di meno, ma chi può ancora spiegare perché ha deciso così. Se il futuro sarà davvero affidato a sistemi semi-autonomi, allora il compito delle istituzioni sportive non sarà soltanto aumentare la precisione, ma costruire un nuovo patto di trasparenza, responsabilità e intelligibilità. Senza questo passaggio, la tecnologia potrà anche rendere più esatto il giudizio, ma non necessariamente più legittimo il gioco.
Emanuela M. De Leo




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