Intelligenza artificiale, spazi concessi e spazi conquistati: cosa significa davvero emanciparsi
- 13 lug
- Tempo di lettura: 7 min

di Emanuela Mirella De Leo
Segretario generale Oinp
Una cara amica che si occupa da tempo di questi temi mi ha girato qualche settimana fa una statistica, chiedendomi di commentarla. Il dato viene da un rapporto di UN Women, pubblicato in vista del dialogo globale delle Nazioni Unite sulla governance dell'intelligenza artificiale e dell'AI for Good Global Summit di Ginevra: su 133 sistemi di intelligenza artificiale analizzati, il 44% presenta pregiudizi di genere, il 26% pregiudizi combinati di genere e razza. I modelli linguistici testati associano sistematicamente le donne a casa e famiglia, gli uomini a carriera e ruoli dirigenziali; circa una risposta su cinque, nei completamenti di frasi legate al genere, restituisce contenuti sessisti o misogini.
Ho iniziato a rifletterci, e la domanda che mi sono posta non riguardava tanto la tecnologia in sé, quanto quello che la tecnologia si limita a fotografare. Perché uno strumento nato da zero, senza una storia propria, riproduce fedelmente gli squilibri che osserviamo altrove? La spiegazione più immediata è che l'intelligenza artificiale non inventa pregiudizi, li eredita dai dati con cui viene addestrata. Ma questo sposta solo il problema a monte: perché quei dati, cioè decenni di produzione culturale, hanno codificato certi ruoli e certe discipline come maschili e altri come femminili? E quella codifica è ancora, oggi, il prodotto di un'esclusione attiva, o si è trasformata in qualcosa di più sottile, una distribuzione che si autoalimenta senza che nessuno la imponga più esplicitamente? Non credo esista, su questo, una risposta univoca: è più probabile che convivano più spiegazioni, con un peso diverso a seconda del contesto.
Lo sport è un buon terreno per porsi la domanda, non necessariamente per rispondervi in modo definitivo. Esistono discipline che restano, nella percezione comune, a prevalenza maschile, e discipline in cui la presenza femminile è storicamente più consistente. Non è affatto scontato stabilire quanto questa distribuzione dipenda da un'esclusione delle donne dagli ambiti a maggiore prestigio, e quanto invece da meccanismi più indiretti, aspettative familiari, modelli di riferimento assenti, una percezione di scarsa accoglienza che scoraggia prima ancora che qualcuno escluda attivamente. È possibile che le due dinamiche coesistano. Su questo manca, onestamente, una ricerca solida nello sport italiano, e sarebbe un errore sostituire i dati mancanti con convinzioni già formate.
C'è però un caso concreto, recente, che permette di guardare la questione con numeri alla mano, invece che per impressioni: il calcio femminile e la pallavolo femminile in Italia. Il calcio femminile ha ricevuto, negli ultimi anni, un investimento mediatico e istituzionale imponente, copertura crescente, sponsorizzazioni, un racconto pubblico costruito attorno all'idea di conquista di un terreno storicamente maschile. I numeri delle tesserate, però, restano contenuti: circa 50.000 nella stagione 2024-25, una cifra che colloca l'Italia dietro a paesi come Olanda o Spagna. La pallavolo femminile, al contrario, è lo sport più praticato dalle donne in Italia: circa 281.000 tesserate, oltre cinque volte tante, pari al 77% dell'intero movimento pallavolistico nazionale.
Qui l'ipotesi iniziale, che il calcio femminile fosse sovraesposto rispetto a una scarsa base di pratica e seguito, trova conferma solo a metà, ed è giusto dirlo con altrettanta onestà. Sul fronte degli ascolti, la pallavolo femminile non è affatto marginale: la Serie A1 ha raggiunto circa 10,8 milioni di telespettatori annui complessivi, quasi raddoppiati in quattro anni, e la finale mondiale Italia-Turchia del 2025 ha toccato 4,34 milioni di spettatori medi. Il calcio femminile dichiara un bacino potenziale enorme, 17 milioni di italiani interessati e 7 milioni di appassionati, ma l'ascolto reale in chiaro resta più contenuto, attorno ai 320.000 spettatori medi a partita, con un picco record di circa 530.000 nella finale di Coppa Italia. In altre parole: la pallavolo femminile, spinta soprattutto dall'oro olimpico di Parigi 2024, ha costruito negli ultimi due anni un seguito televisivo che in valore assoluto compete alla pari, se non supera, quello del calcio femminile, pur avendo ricevuto storicamente molta meno attenzione istituzionale e molta meno narrazione pubblica attorno al tema dell'emancipazione.
Questo dato non chiude la domanda iniziale: la complica, e forse la rende più interessante. Se la pallavolo, sport a fortissima partecipazione e seguito femminile, ha dovuto aspettare una vittoria olimpica per ottenere un'attenzione mediatica proporzionata al proprio radicamento reale, mentre il calcio femminile ha ricevuto investimento e racconto pubblico anche quando i numeri di base erano molto più contenuti, viene naturale chiedersi: chi decide cosa merita di essere raccontato come una conquista femminile, e cosa invece resta semplicemente normale amministrazione? Non c'è una risposta netta. Potrebbe essere che il calcio, avendo già un'infrastruttura mediatica e sponsor pronti all'uso, sia stato semplicemente più facile da clonare al femminile rispetto a discipline che richiedevano un investimento costruito da zero. Ma potrebbe anche essere che, quando uno spazio storicamente maschile si apre alle donne, quell'apertura venga raccontata, e finanziata, con un'intensità che gli spazi già femminili, per quanto solidi, non ricevono quasi mai, proprio perché non offrono lo stesso valore simbolico di cessione da parte degli uomini. Le due letture non si escludono, e probabilmente agiscono insieme in proporzioni che, allo stato dei dati disponibili, non è possibile scomporre con precisione.
C'è però un rischio, in questo ragionamento, che vale la pena correggere subito: attribuire tutto a una regia maschile sarebbe comodo, ma parziale, e forse anche un po' consolatorio. Perché la domanda su chi decide cosa conta come conquista non può fermarsi agli uomini che concedono o negano spazio. Riguarda anche le donne stesse, e il modo in cui occupano lo spazio che ottengono, e qui bisogna essere oneste fino in fondo. C'è un retaggio culturale reale, e ci sono differenze reali tra uomini e donne nel modo di stare nelle organizzazioni e nel potere; ma non si può nascondere che, in non pochi casi, siano le donne stesse ad accomodarsi in ruoli concessi, senza pretendere che quel ruolo sia accompagnato da una preparazione, un percorso, un merito costruito sul campo. Quando questo accade, per quanto involontariamente, si finisce per fare il gioco di chi quello spazio lo ha concesso: si convalida l'idea che la presenza femminile in un ruolo di potere sia sufficiente a sé stessa, a prescindere da cosa quella presenza produca in termini di autonomia decisionale reale. Le posizioni si conquistano per merito, non per comodo: è un principio che vale per chiunque, ma che per le donne ha un peso particolare, perché ogni volta che si accetta una nomina come vetrina, invece che come responsabilità da meritare e da esercitare pienamente, si rafforza, non si scardina, l'equilibrio che si vorrebbe cambiare.
Un esempio concreto aiuta però a vedere che il quadro è più stratificato di quanto un'unica spiegazione possa rendere, ed è bene non confondere fenomeni diversi. In magistratura le donne vincono da anni la maggioranza dei concorsi, tra il 2016 e il 2022 la percentuale di vincitrici ha oscillato tra il 56% e il 69%, con un picco del 69,3% nel concorso del 2019, e oggi rappresentano il 56,7% dei magistrati in servizio. È un caso di merito costruito dal basso in modo pieno e trasparente: un concorso pubblico, competitivo, senza scorciatoie. Eppure, quando si guarda a chi occupa gli incarichi direttivi, la proporzione si ribalta quasi specularmente: circa tre magistrati su quattro con funzioni di vertice sono uomini, e nei distretti di rilievo nazionale la presenza femminile scende al 37%.
Questo caso non è la controprova di un adagiamento femminile: ne è quasi l'opposto. Qui il merito è stato dimostrato, ripetutamente, con gli stessi strumenti a disposizione di tutti. Il fatto che non basti a garantire l'accesso ai vertici indica che, in alcuni ambiti, la resistenza non riguarda la preparazione delle donne, ma i meccanismi con cui si selezionano le leadership una volta che il merito è già acquisito, reti relazionali, meccanismi di cooptazione, equilibri consolidati in decenni a prevalenza maschile. È un ostacolo diverso da quello descritto prima, e probabilmente più difficile da scardinare, perché non si risolve chiedendo alle donne di non accontentarsi: la magistratura dimostra che si può non accontentarsi, competere e vincere, e restare comunque fuori dai luoghi dove si decide davvero.
I due fenomeni, l'adagiamento in ruoli simbolici da un lato, la resistenza strutturale anche di fronte al merito pieno dall'altro, probabilmente coesistono, si intrecciano, e pesano diversamente a seconda del contesto, della disciplina, del settore. Sarebbe scorretto, e anche un po' comodo, ridurre l'intera questione a una sola causa, sia essa la colpevolizzazione degli uomini o l'autocritica delle donne. Su quanto pesi l'una dinamica e quanto l'altra, caso per caso, servirebbe una ricerca che, va detto ancora una volta, in Italia manca quasi del tutto: senza quei dati, ogni lettura, compresa questa, resta un'ipotesi di lavoro, non una diagnosi.
Restano, in fondo, più domande che risposte, e forse è bene che restino tali. Chi stabilisce, in ogni contesto, cosa conta come rilevante? Le donne che entrano in spazi concessi hanno davvero meno potere di quelle che si costruiscono, con più fatica, in spazi non ancora aperti, o la distinzione tra i due percorsi è essa stessa più sfumata di quanto sembri? Quanto della distanza tra merito e potere dipende da chi continua a decidere le nomine ai vertici, e quanto dipende da scelte, talvolta comode, di accontentarsi di una presenza che non viene messa alla prova? Non credo che questo tema si presti a una sintesi rassicurante, né che sarebbe onesto proporne una. È un tema stratificato, radicato in meccanismi culturali, organizzativi e di potere che agiscono insieme e che nessun singolo esempio, per quanto istruttivo, riesce a spiegare per intero.
Resta poi un'ultima domanda, forse la più spiazzante. L'intelligenza artificiale è, per definizione, uno strumento nuovo, e in buona parte costruito da generazioni più giovani di quelle che hanno codificato, nel tempo, gli squilibri che quello strumento oggi riflette. Colpisce, allora, che uno specchio così recente restituisca un'immagine così antica: viene da chiedersi se sia soltanto una questione di dati storici ereditati, inevitabile finché si addestra un sistema sul passato, o se anche le nuove generazioni, pur cresciute in un contesto culturale diverso, finiscano comunque per riprodurre, magari inconsapevolmente, schemi che credevano di aver superato. È possibile che le prossime generazioni, meno legate a certi automatismi, affrontino la questione in modo diverso, sia nel modo di costruire questi strumenti sia nel modo di abitare gli spazi di cui si è parlato fin qui. Ma resta un'ipotesi, non una previsione: anche questa domanda, come tutte le altre, per ora rimane aperta.




Commenti